Vittorio Croce, il prete giornalista che sussurra agli astigiani

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In occasione della scomparsa di Don Vittorio Croce, avvenuta ieri, pubblichiamo questa intervista uscita originariamente su Astigiani 30 del dicembre 2019.

Confesso che ho vissuto

Vittorio Croce
Il prete giornalista che sussurra agli astigiani

Dopo 44 anni, monsignor Vittorio Croce ha lasciato la direzione del settimanale diocesano “Gazzetta D’asti”. Un sacerdote giornalista al quale non manca il gusto dell’ironia. Nato a Camerano Casasco, si considera un astigiano di provincia. Ha visto susseguirsi i vescovi come editori di riferimento e di tutti racconta del rapporto particolare che hanno avuto con il mondo dell’informazione. Don Croce da viceparroco di paese a vicario generale della Diocesi. Senza dimenticare i libri e gli studi di teologia e le grandi passioni: la storia, l’arte e le tradizioni.

Di Sergio Miravalle

Sacerdote e giornalista. Parroco di campagna e stimato studioso e docente di teologia. Appassionato di tradizioni e dialetto, scrittore di storia ma anche autore di un manualetto dedicato ai più sapidi insulti in piemontese. Vittorio Croce è così: poliedrico e arguto. Dotto senza darlo troppo a vedere.

Ora dopo 44 anni ha lasciato la direzione del settimanale diocesano Gazzetta d’Asti, il giornale che esce senza interruzioni da 120 anni, che ha attraversato epoche e stagioni politiche e culturali diverse. Neppure il fascismo ne spense del tutto la voce. La festa, del novembre scorso, per il traguardo dei 120 anni del giornale, è coincisa con il cambio di consegne con il nuovo direttore don Dino Barberis.

Don Vittorio Croce con Sergio Miravalle durante la presentazione di Astigiani 30 al cinema Lumiere, nel dicembre 2019

Il vescovo Marco Pastraro ha promesso in dono al direttore uscente il vecchio computer di redazione per continuare a scrivere e collaborare. «Non smetterò di scrivere – afferma don Croce. Ho iniziato con il pennino e l’inchiostro alle elementari e sono arrivato a pigiare i tasti del computer. Ricordo ancora quando, anni fa, non ho più trovato da Marchia il ricambio del nastro della mia Olivetti. I tempi cambiano».

 

Giusto, ma guardiamo un po’ indietro nella sua vita.

Sono nato a Camerano Casasco nel 1941. Noi Croce arriviamo da Soglio, ho trovato tracce della famiglia che risalgono al 1200. Mio padre Vincenzo, contadino classe 1887, ha conosciuto in paese mamma Cecilia Dal Gallo, che veniva dal Veneto. Posso dire di essere un figlio di Caporetto.

In che senso?

La ritirata di Caporetto del 1917 costrinse intere comunità a fuggire dalle terre invase dagli austriaci. Anche i settecento abitanti, compreso il parroco, di Pederobba, un paese del Trevigiano, divennero profughi. Furono mandati in vari posti, dalla Sicilia alla Puglia, non senza contrasti e ostilità, al di là della propaganda patriottica dell’epoca. Mia madre, che aveva 14 anni, e la sua famiglia arrivarono invece a Montechiaro d’Asti dove furono ben accolti e ospitati. I miei ancora non si conoscevano. Tra il 1917 e il ’18 mio padre era soldato sull’altipiano di Asiago e mia madre a Montechiaro. Dopo la guerra lei rientrò in Veneto, ma poi tornò in Piemonte: venne a lavorare a Camerano al servizio della famiglia Eydoux. Fu così che conobbe mio padre. Si sposarono ed ebbero tre figli: Giuseppina nel 1938, Antonio nel ‘39 e io, Vittorio, nel 1941.

Da Caporetto alla Seconda Guerra mondiale.

Ero piccolo, ma mi ricordo, quando tutto il paese di Camerano fu radunato in piazza per onorare i caduti di una fossa comune che si disse era opera dei partigiani: 17 cadaveri di cui 10 mai identificati. In casa se ne discuteva. A Camerano passavano i repubblichini con la camicia nera e venivano a chiedere da mangiare anche i partigiani che erano nei boschi della zona. Mia mamma accoglieva entrambi e non negava a nessuno un piatto di minestra. Noi bambini, quando sentivamo gli spari, andavamo a cercare bossoli e ce li scambiavamo come fossero figurine. C’era un partigiano, ricordo, si faceva chiamare Giove, che me ne regalò una manciata. Il 25 aprile del 1945 chiusero tutte le scuole e ci mandarono a casa. Noi piccoli eravamo felici per questo, capimmo dopo che era finita la guerra.

 

Che infanzia ha vissuto?

Bella e povera. In paese si viveva in modo semplice. Era un’autentica comunità. Ricordo nel 1949 quando cadde l’aereo del Grande Torino. Ci portavano sui bricchi più alti, da dove nelle belle giornate, si vedeva la cupola di Superga e c’era chi giurava di scorgere la sagoma dell’aereo

caduto luccicare al sole. Allora, senza più il grande Toro, il campionato lo vinceva la Juve. Sarà per questo che sono diventato tifoso bianconero. Facevo la collezione delle figurine Lavazza: erano i tempi di Boniperti e Parola.

A 11 anni entra in seminario.

Dopo le elementari in pluriclasse i miei, su spinta del parroco don Giovanni Del Mastro, decisero di farmi continuare a studiare. Debbo dire che non avevo avuto nessuna particolare visione. Ci avevano portato a vedere il seminario ad Asti durante la giornata dei chierichetti, quel cortile mi era sembrato immenso. Studiare da prete, come si diceva allora, era una possibilità che accettai di buon grado. Fu così che il 10 ottobre 1952, dopo la vendemmia, mi ritrovai con altri 18 ragazzi della mia età nel grande seminario di Asti. In tutto eravamo 110 tra gli 11 e i 24 anni. Del mio paese c’era Carlo Ferraris, che però lasciò dopo qualche anno ed era bravissimo a scrivere poesie. Dei 18 della mia classe solo tre sono diventati sacerdoti. Era una scuola severa e molti crescendo se ne andavano. Quando lasciava un amico ero molto triste. Nel 1957 fummo colpiti tutti dall’influenza asiatica. Fu un’epidemia: tutto il seminario si ammalò e restammo a letto nelle camerate. Ci volevano mandare a casa a curarci, ma il vescovo Cannonero non volle e ci fece pregare. La medicina funzionò, ne uscimmo indeboliti ma vivi. Quegli anni furono scanditi dagli studi, via via più impegnativi. Io me la cavavo. Voglio ricordare don Giuseppe Torta, il mio professore di lettere, a lui debbo il gusto per lo scrivere. D’estate ci mandavano a casa e io riprendevo a fare il contadino con i miei, poi ad agosto c’era un rientro per andare agli esercizi spirituali in montagna. È così che è iniziato il mio amore per le camminate.

 

Quando arriva l’ordinazione a sacerdote?

Il 29 giugno del 1965, festa di San Pietro. In Duomo ad Asti. Eravamo in tre alle 8 del mattino e senza troppo clamore. Non ho neppure una foto. Il vescovo mons. Cannonero non gradiva. C’era ancora la regola della tonsura sul capo che fu poi abolita da papa Montini nel 1966, quando fu anche consentito ai sacerdoti il clergyman.

Mi scusi, ma se cita la tonsura, mi facilita una domanda impertinente che le avrei comunque fatto. Che ne è stato dei suoi capelli?

Domandare è lecito, rispondere è cortesia. È noto ed evidente che porto il parrucchino. I capelli li ho persi quasi tutti in pochi mesi nel 1967, forse per stress, ma allora non si diceva così. Con il primo incarico da vice parroco mi mandarono a Mombercelli dove sono rimasto fino al 1968. Giravo in Vespa da una scuola all’altra per il catechismo. Avevo freddo alla testa e così mi sentivo più protetto. Avrei potuto comprarmi un casco. Mi sono abituato così e l’ho tenuto, sapendo anche di alimentare curiosità e qualche ironia.

Grazie, torniamo a ciò è passato dentro la sua testa e non sopra.

Dal 1968 sono stato mandato alla parrocchia di Agliano, come vice di don Giglio Perosino. A Mombercelli al mio posto è arrivato don Cartello, con il quale ho poi collaborato per decenni alla Gazzetta. Nel frattempo proseguivo gli studi in teologia. La svolta giornalistica, diciamo così, avviene nel 1975.

 

Com’è andata?

La Gazzetta d’Asti era stata diretta con piglio e verve polemica da don Giulio Martinetto fin dal 1967. Era un periodo difficile. Per qualche tempo fu accorpata con la Gazzetta d’Alba dei Paolini. Don Martinetto tornò a renderla autonoma e vi introdusse nuove pagine, compreso lo sport, ma sul piano politico più che ecclesiastico non concepiva certe aperture post conciliari. Per lui il movimento del ’68 e gli altri fermenti della società di allora erano fumo negli occhi. Il suo collateralismo con la Democrazia Cristiana era inossidabile. Non accettava il fatto che anche nella Chiesa si stava cambiando e lasciò la direzione. Fu così che il vescovo di allora mons. Nicola Cavanna, anche per allontanare l’ipotesi di una acquisizione esterna della Gazzetta, chiamò me, don Luigi Berzano e padre Paiuzza, un Giuseppino che scriveva molto bene, a costituire una sorta di gruppo di direzione editoriale.

Si era nel 1975.

Già ad Asti era stata eletta una giunta rossa con il sindaco socialdemocratico Vigna, assessori del Pci e del Psi. Anche a Torino la Regione aveva un governo di sinistra. Cresceva l’esigenza di aprire canali di dialogo soprattutto con i giovani e il mondo del lavoro. La redazione doveva aprirsi. A poco a poco entrarono collaboratori giovani come Alberto Grande ed Enzo Rainero. Il padre dei Giuseppini venne però trasferito in Belgio, don Luigi Berzano, oltre che della sua parrocchia di Valleandona, doveva occuparsi dell’insegnamento all’Università e così mi sono ritrovato a dirigere di fatto da solo la Gazzetta, diventando anche giornalista pubblicista qualche anno dopo. Nel frattempo dal 1981 sono stato nominato anche parroco di Settime. Diciamo che sono tornato a passare il Tanaro dopo gli anni di Mombercelli e Agliano. A Settime, dopo che è mancata mia zia, ho anche imparato a cucinare. Le mie specialita? Peperonata, risotto con i porri e frittate.

 

Come sono stati questi decenni da direttore?

Certamente intensi. Un settimanale diocesano ha priorità diverse dagli altri giornali, ma non può dimenticare l’evoluzione. Stampavamo dai Giuseppini ancora in formato lenzuolo, poi siamo passati al tabloid con la tipografia Bona di piazza Medici e siamo stati tra i primi ad aprire il sito internet. Abbiamo cambiato varie sedi e infine siamo in questo storico palazzo di via mons. Rossi: una redazione davvero molto suggestiva. Tra i collaboratori degli inizi voglio citare Ugo Dezzani, che firmava i suoi corsivi “Fomiche rosse” ed era un vivace polemista. Fu lui con l’apertura degli studi Radio Asti in corso Savona e poi della televisione locale a spingere la curia verso le nuove tecnologie di comunicazione.

Ha avuto molti vescovi come editori di riferimento…

Dopo Cavanna, scomparso prematuramente nel 1980, fu la volta di mons. Sibilla: arrivava da Savona ed era laureato in ingegneria. Gentile e pacato, faceva da paravento alle proteste di certi politici che avrebbero voluto la Gazzetta schierata sempre e comunque dalla loro parte: ricordo i mugugni per quella volta che parlammo bene di Mistero Buffo di Dario Fo o raccontammo del congresso della Cgil citandolo in prima pagina.

Poi venne mons. Severino Poletto destinato a diventare cardinale a Torino.

È stato vescovo ad Asti dal 1989 al ’99, era molto attento alla comunicazione e ai rapporti con i giornalisti. Di quel periodo ricordo il grande impegno per raccontare al meglio tutti gli aspetti e i significati della visita ad Asti nel settembre 1993 di papa Wojtyla che era stata favorita dal cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato Vaticano di quegli anni, originario di Isola, dove il papa volle concludere la sua visita. Non dimentico lo sforzo che abbiamo fatto anche noi di Gazzetta per ridare morale agli astigiani alluvionati nel 1994. Ricordo il lavoro straordinario del nostro collaboratore Alberto Redditi che viveva in borgo Tanaro e ci faceva da corrispondente quotidiano dalle zone alluvionate. Con le altre redazioni dei giornali astigiani abbiamo contribuito

a redigere il libro fotografico “Per non dimenticare” che raccolse molti fondi per gli alluvionati.

 

Poi dal Duemila eccola al fianco del vescovo Francesco Ravinale e arriva il titolo di monsignore.

Mi ha voluto come vicario generale della Diocesi dal 2 aprile 2001 fino al 2016. Ho condiviso con il vescovo Francesco quindici anni di impegno. Ho difeso la Gazzetta da coloro che anche in curia la consideravano non più strategica. Per un giornale diocesano l’apporto dei parroci è fondamentale, sono i nostri primi e naturali corrispondenti, le antenne sul territorio. Il calo e l’invecchiamento del clero ci ha messo in difficoltà, ma siamo riusciti ad avere contributi importanti da realtà laiche, associazioni, gruppi di incontro e comunità. La Gazzetta è anche la loro voce. Purtroppo abbiamo dovuto chiudere, per motivi economici, gli studi astigiani di Telesubalpina che aveva sede nel palazzo del Centro San Secondo. È stata una perdita per la città e il territorio. Una voce che si è spenta. Si faceva del buon giornalismo, così come lo abbiamo fatto in Gazzetta: un’informazione costruttiva, mai gridata, direi sussurrata e destinata a far riflettere.

Oltre alla direzione della Gazzetta, ha al suo attivo libri, ricerche, tesi.

Mi sono laureato nel 1973 a Milano in Teologia. Posso citare il titolo della tesi: “Tradizione e ricerca: il metodo teologico di San Massimo il confessore”. Fu anche pubblicata e positivamente commentata, pur restando nell’ambito, diciamo così, degli addetti ai lavori. Ho poi insegnato a Torino alla scuola di Teologia per sacerdoti e fino a tre anni fa al seminario di Alessandria che, considerando la crisi di vocazioni, raggruppava i seminaristi di cinque diocesi. Voglio citare anche i corsi della scuola di Teologia a distanza, con sede a Roma.

 

Torniamo ad Asti e ai suoi libri.

Mi piace la storia e la ricerca. Sono nati così i volumi sul cardinale Massaia, una figura straordinaria e tutta da riscoprire tra il Monferrato e l’Africa, che molti astigiani oggi conoscono solo per aver dato il nome al nuovo ospedale. Mi sono anche divertito a recuperare i testi in piemontese del canzoniere di Angelo Brofferio, collaborando con Laurana Lajolo e ci hanno definiti “il diavolo e l’acqua santa”. Ho tratteggiato la figura del vescovo del ‘500 Panigarola e curato il volume con le schede storiche e architettoniche di tutte le chiese della Provincia. Con l’editore Lorenzo Fornaca abbiamo mandato alle stampe un bel volume sulla storia del Duomo e più di recente mi sono occupato di ricerca sugli affreschi pre rinascimentali della nostre belle chiese romaniche. Come vede non mi annoio.

Ma ha dimenticato il manualetto che l’ha portato ad essere autore anche di Astigiani. Il dizionario degli insulti in piemontese.

“Dessi dij nòm” l’ho scritto per Gazzetta nel 2004 con lo pseudonimo di Tojo ’d Baratel, arricchito dai disegni del giovane Luca Bosio, purtroppo prematuramente scomparso. Per Astigiani, nel marzo 2016, ne ho scritto una sintesi scavando nella miniera di epiteti e insulti che caratterizzavano il nostro dialetto. Un “bestiario” preso a prestito per sottolineare i difetti umani, modi di dire fantasiosi, quasi mai volgari: una persona gretta e insensibile diventa un patelavachi e chi cambia idea sovente è un balachicanta. Del resto anche papa Francesco ha citato il comportamento da monia quacia.

Nonostante gli anni e gli impegni il legame con la sua terra è fortissimo.

Sono un astigiano di provincia. La città l’ho sempre vissuta da fuori, lontano da certi dibattiti e conoscenze da bar Cocchi. La nostra è una terra bellissima e ricca di storia, ma che tende a dimenticare e sottovalutare. Per esempio sono stato tra i primi con Mario Franco a insistere per il recupero delle case grotta di Mombarone, la nostra piccola Matera, che sarebbe andata perduta.

 

Rimpianti?

La salute non mi permette più le belle camminate di un tempo, in montagna e sulle nostre colline. Ora tutti vanno a fare trekking, segnano percorsi, postano foto sui social. Noi quando, già trent’anni fa, andavamo ai Becchi o a Crea a piedi eravamo sì pellegrini, ma anche gran camminatori. Camminare fa bene, tiene in forma le gambe e il cuore e allena la mente.

 

Chi è

Vittorio Croce nasce a Camerano Casasco il 23 maggio 1941, terzogenito di Vincenzo e Cecilia, contadina di origini venete che era giunta in Piemonte come profuga dopo la ritirata di Caporetto del 1917. Dopo le elementari in paese, la famiglia lo manda a studiare in seminario ad Asti dove entra ad 11 anni. Ne uscirà con l’ordinazione a sacerdote il 29 giugno del 1965. Primo incarico a Mombercelli come vice parroco di don Giuseppe Aliberti. Nel 1968 passa alla parrocchia di Agliano dove resterà fino al 1981. Nel frattempo si laurea in Teologia ed entra nel gruppo di redazione del settimanale diocesano Gazzetta d’Asti che dirige di fatto dal 1975, per 44 anni consecutivi portando il giornale al compimento dei 120° anno di pubblicazione e attraversando le vicende della curia astigiana con i cinque vescovi che si sono succeduti. Nel 1981 è nominato parroco di Settime e dal 2001 al 2016 è vicario generale del vescovo Francesco Ravinale. Ha scritto libri di ricerca teologica e si è dedicato alla storia locale con volumi sulle chiese dell’Astigiano, il Duomo di Asti, la storia del cardinal Massaia. Amante del dialetto ha riproposto il canzoniere di Brofferio e scritto un sapido manualetto sugli epiteti in piemontese.