A Quarto la vera statua, sulla Collegiata una controfigura

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A Quarto la vera statua
Sulla Collegiata una controfigura

L’originale del XIV secolo acquistato nel 1870 da Maggiora Vergano è rimasto agli eredi

di Alessandro Sacco

Astigiani e turisti, passeggiando per il centro cittadino e capitando in piazza San Secondo, poche volte probabilmente avranno rivolto gli occhi alla parte alta della Collegiata di San Secondo per osservare la statua del Santo Patrono sulla facciata. Pur ammirando la scultura nella nicchia sopra al rosone centrale, moltissimi ne ignorano la vera storia e non sanno che quella è una copia della statua originale.

La vera statua del Martire Astese, databile tra il 1380 e il 1390 (come scrive Noemi Gabrielli in Arte e cultura ad Asti attraverso i secoli), alta 1 metro e 52 centimetri e realizzata da un autore ignoto in pietra arenaria, probabilmente trovata in Tanaro, è infatti tuttora custodita alle porte di Asti. È la famiglia Bonaccorsi ad averla ereditata e collocata in una nicchia nell’atrio al piano terra della tenuta Il Capitolo, un tempo di proprietà della Chiesa, che si trova poco prima di entrare nella frazione Quarto, al termine di corso Alessandria.

In origine la statua del Santo, che lo rappresenta nell’atto di offrire la città di Asti alla Vergine, aveva probabilmente avuto una differente collocazione rispetto alla facciata della chiesa o se ne era inizialmente valutato un diverso utilizzo, forse all’interno della stessa Collegiata. Ad avvalorare questa ipotesi è la presenza di piccoli stemmi, presenti sul basamento quando la statua era in condizioni migliori, probabilmente simboli araldici delle famiglie donatrici. Sono di piccole dimensioni e quindi visibili a distanza ravvicinata, forse in un altro luogo rispetto alla nicchia della facciata della chiesa. C’è però anche da rilevare che la testa della statua pare essere rivolta in giù, proprio verso chi la volesse ammirare dal basso. Venne comunque collocata nella sua nicchia al termine dei lavori di realizzazione della facciata, effettuati tra il 1440 e il 1462.

La statua fu sloggiata nel 1870 e sostituita da un affresco quando l’intero frontale fu ridipinto a strisce orizzontali

Nel 1870, quando la facciata fu intonacata e tinteggiata con fasce chiare e scure, la scultura venne rimossa dalla facciata della chiesa gotica, costruita tra il 1256 e la prima metà del ’300 sulla precedente chiesa del X secolo voluta dal Vescovo Bruningo nel presunto luogo del martirio di San Secondo.

Della struttura originaria sono rimaste soltanto la cripta, dove sono custodite le ossa del Santo, e la torre campanaria. La nicchia che dominava la facciata fu tamponata con mattoni, intonacata e ridipinta con una effigie del Santo, per ricordare appunto la presenza della statua. La stessa statua, ormai a pezzi, sarebbe finita alla discarica, se non fosse intervenuto Ernesto Giuseppe Maggiora Vergano, stimato cultore di numismatica e di archeologia, antenato della famiglia Bonaccorsi.

Il mutare dei tempi sulla facciata della Collegiata

Offrendo un contributo in denaro per il restauro della chiesa e pagando le spese di rimozione, con il consenso della Collegiata, Maggiora Vergano ottenne la statua e la salvò dall’abbandono.

La fece inizialmente collocare in una nicchia ricavata nel suo studio di notaio in via Morelli 9, dove aveva anche la sua abitazione. Non vi sono notizie circa la decisione di rimuovere la statua del Santo dalla sua originale sede, ma è lecito supporre che la rimozione sia stata conseguente al suo degrado causato dall’azione degli agenti atmosferici sulla pietra arenaria rimasta all’aperto per secoli.

È altresì legittimo pensare che sia stata rimossa anche per evitare la caduta dei frammenti che si stavano staccando, o che si sarebbero potuti staccare in seguito alla sua rottura in più punti, e al parziale distacco dal basamento su cui poggiava.

Nell’agosto del 1919, come si rileva da un documento del marmista Borello che si era occupato della sistemazione nell’attuale sede, la statua lasciò definitivamente il centro della città per essere trasferita in periferia, appunto nella tenuta Il Capitolo di Quarto dello stesso Maggiora Vergano.

Numerose furono le richieste della Collegiata di San Secondo di poter riavere la scultura da ricollocare nella sua storica sede. Durante i restauri iniziati nel 1968 e durati fino al 1995, don Pietro Mignatta, parroco di San Secondo dal 1962 e per una trentina di anni, tentò più volte di recuperarla, anche per eliminare il tamponamento che dal 1920 era tornato visibile sopra il rosone della facciata dopo l’eliminazione dell’intonaco e delle strisce colorate. Gli attuali proprietari, consapevoli della legittimità delle operazioni di recupero effettuate dal loro antenato, dei rischi che in caso di trasporto avrebbe corso la statua, rotta in più punti, e del possibile ulteriore degrado della pietra arenaria a contatto con gli agenti atmosferici, acconsentirono però a effettuarne una copia.

La Soprintendenza sconsigliò il trasporto e il calco dell’originale

Assecondarono così le richieste dell’Amministrazione Comunale che, in accordo con la Curia, propose la ricollocazione della statua sulla facciata della chiesa del Santo, nell’ambito di un progetto di miglioramento dell’immagine della città. Per non comprometterne ulteriormente le condizioni, non venne fatto un calco diretto della statua, ma un rilievo metrico e fotografico molto dettagliato per realizzare una copia. Tale scelta fu suggerita dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte che non solo ne aveva sconsigliato il trasporto, ma che aveva anche dato parere negativo sull’effettuare il calco.

Incaricato dal Comune di Asti, nei primi mesi del 1988 lo scultore torinese Raffaele Mondazzi realizzò presso il suo laboratorio una prima copia in gesso.

Si basò sulle immagini fotografiche scattate all’originale per eseguire una scultura in creta che, dopo essere stata confrontata con l’originale e ritoccata dove necessario, servì per ottenere la copia in gesso realizzata con la tecnica della “formatura” che prevede la perdita della versione in creta, a fronte però di una sua copia identica.

Successivamente lo stesso Mondazzi applicò la tecnica “ai punti”: un apposito attrezzo gli permise di riportare i punti della copia in gesso (tuttora custodita presso un magazzino comunale) su un blocco di pietra serena, materiale ritenuto idoneo per l’esposizione all’aria aperta, prelevata dalle cave di Fiorenzuola, da cui ottenne appunto l’attuale statua.

Il 3 maggio 1988 l’inaugurazione

Tale tecnica comporta una certa manomissione della statua copiata e per questo non venne utilizzata sulla scultura originale, ma su una sua copia intermedia. Terminata l’esecuzione dell’opera, il Santo tornò a vigilare dall’alto la sua città dalle ore 11 del 29 aprile 1988, quando fu issato nella nicchia nuovamente riaperta sulla facciata della chiesa, sopra al rosone centrale. Pochi giorni dopo, il 3 maggio 1988, martedì di San Secondo, il vescovo Mons. Franco Sibilla e il sindaco Giorgio Galvagno, al termine dell’esibizione degli sbandieratori dell’Asta e poco prima della tradizionale messa in onore del Santo Patrono, sancirono ufficialmente il ritorno della statua sulla facciata della chiesa. Due fili di nylon servirono a far cadere il drappo bianco che copriva la scultura e fu così ripristinato quello che da molti astigiani è considerato un simbolo non solo religioso della città. La ricollocazione della statua, sponsorizzata dall’industria Gate con 40 milioni di lire per un costo totale di oltre 60 milioni, fu progettata dall’architetto Roberto Nivolo.

Contemporaneamente alla ricollocazione, all’interno della Collegiata fu invece ospitata una mostra in cui furono illustrati i lavori dell’operazione. Successivamente, nel 1992, fu aggiunto un piedistallo per alzare la statua e renderla più armoniosa rispetto alla nicchia che risultava troppo grande.

SCHEDE

Un doppio trasferimento per la statua del Santo

Ecco una sintesi della nota scritta dal professor arnaldo maggiora vergano, preside della facoltà medico chirurgica di torino, pubblicato sul n. 3-4 del Bollettino della Società Piemontese dell’Archeologia e Belle arti, anno XI (1928).

… Per essere la facciata sottovento, cioè ad Ovest, risultando in appresso danneggiato in parecchi punti il parametro, anziché procedere ad una accomunata riparazione conservatrice lege artis, si preferì ricoprirla di intonaco. Ma questo, sia per l’esposizione alle piogge, sia per il modo con cui fu praticato, si deteriorò a sua volta. Ricordo che quando ero fanciullo esso appariva in cattive condizioni, sicchè verso il 1870, ripetendo il precedente errore, ne fu deciso il rifacimento con decorazioni a colori. Fu questa affidata ai fratelli Cissello, decoratori astigiani, non privi né di buon gusto né di attitudine tecnica, i quali, dato l’errore fondamentale da cui si era partiti, fecero il men peggio. Se non che, costruiti i ponti ed esaminata da vicino la statua, si vide che questa aveva in grave misura sofferto l’ingiuria del tempo, che le gambe erano in più punti rotte e già alcuni frammenti ne erano caduti; che strapiombava ed era mal sicura.

Si giudicò quel cimelio privo di valore artistico, volto ad inevitabile completa rovina e divenuto anzi uno sconcio per la facciata da decorarsi ex novo. Si aggiunse il timore che per essere la statua di pietra arenaria risultasse difficile il fissarla in modo stabile e permanente, e pertanto costituisse un pericolo per i passanti. Così si venne alla determinazione di demolirla, di chiudere la nicchia in muratura e dipingervi sopra l’effige del Santo, quale era della statua rappresentata.

Si stava iniziando il lavoro di abbattimento allorchè passò per la piazza del Santo il rimpianto mio padre, Comm. Ernesto Giuseppe Nob. Maggiora Vergano, stimato cultore di studi di numismatica e d’archeologia e membro di questo Consesso. Salito sul ponte, apprese dal capomastro che «quei frammenti, inevitabilmente moltiplicati nella demolizione, sarebbero andati a finire alle pubbliche discariche»; gli offerse e diede un compenso perché la statua, anziché demolita, fosse tolta con cura, senza ulteriori danneggiamenti, e sorvegliò egli stesso l’operazione. Dopo di chè recatosi alla fabbriceria della basilica, offrì un contributo per i restauri, manifestando il desiderio che quel cimelio non andasse disperso e possibilmente fosse a lui consegnato. La proposta fu subito accolta con entusiasmo, ed Egli mi diceva non senza qualche risolino di compiacimento per lui «chè si caricava di quei rottami».

Venuto per tal modo in possesso della statua la fece trasportare nella sua casa in via Morelli, dove le apprestò una decorosa nicchia nel suo ufficio di notaro, e l’ebbe così propiziatrice dei suoi studi e del suo alacre lavoro in sin che visse, cioè sino all’ottobre 1879…

Mancato mio padre, la statua passò in proprietà comune di mio fratello T. Generale Tommaso e mia, e poiché questi generosamente donò il suo condominio sulla medesima a Gioconda mia figliuola e sua figlioccia, la trasportai alla mia villa detta Il Capitolo, sita nello stesso Comune di Asti, sobborgo di Quarto, a circa 4 km. dalla città, lungo la provinciale Asti-Alessandria. Superfluo dire che curai questo trasferimento con la stessa amorevole attenzione, con la quale avrei assistito una famigliare gravemente malata, e che tutto riuscì senza incidenti.

Quando nell’atrio coperto della casa, ornato di altri cimeli come capitelli, lapidi, busti ecc. in parte romani, in parte romanici o dei secoli posteriori, avevo approntato una nicchia, la cui base è costituita da un robusto frammento di cornice romanica in calcare poroso di graziosa decorazione a fogliami, il tratto inferiore dei due stipiti è fatto di due cantoni di lesene romaniche a foglie d’acanto, ed il rimanente contorno, terminate in alto a sesto acuto, è adornato di pezzi da archi in terracotta lavorati a mano assai antichi, direi del secolo XIV. In essa collocai la statua e a conveniente distanza apposi una modesta epigrafe a ricordo del suo salvamento e del gentile pensiero di mio fratello… assicuro i Chiarissimi Colleghi che la statua è nella nostra modesta casa custodita con quella devozione che l’effige del gran Santo si merita, e che è quotidiano l’omaggio di fiori e di preghiere che la mia famiglia Le tributa.