Diario della Quarantena: la testimonianza di don Roberto Pasquero

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Continuano ad arrivare testimonianze che arricchiscono il Diario della Quarantena pubblicato su Astigiani di giugno che ne contiene già più di 130. Tessere di un mosaico che racconta in maniera straordinaria il periodo dell’emergenza. La testimonianza di don Roberto Pasquero è particolarmente significativa e toccante.

Chi volesse aggiungere il suo contributo al Diario può ancora farlo scrivendo a info@astigiani.it. Si prega di indicare nome cognome, attività e non superare le 2500 battute. Ricordiamo che Astigiani,”speciale pandemia”, è in tutte le edicole dell’Astigiano e nelle principali librerie.

Il proiettore acceso per vincere il buio e quelle benedizioni alle bare

Roberto Pasquero
Sacerdote salesiano, responsabile della sala cinema Lumière, Asti

La chiusura dei cinema era già nell’aria dalla metà di febbraio, tuttavia era stata concessa una possibilità di apertura sotto la propria responsabilità, ma la mattina dell’8 marzo si è dovuto correre a togliere i manifesti e sostituirli con una scritta che indicava la chiusura della sala, nella speranza che tutto si risolvesse in breve tempo.

Tutti sappiamo come sono andate le cose e il cinema è rimasto chiuso, così la palestra. Due corpi che, nel complesso del “don Bosco” sembravano morti. Passare nella sala buia, accendere, almeno una volta alla settimana i proiettori perché non si rovinassero a star tanto tempo spenti, leggere ogni decreto in uscita e chiedersi… “riapriremo”? Quando, come?

E poiché il sottoscritto, è anche prete oltre che gestore del cinema Lumière e della palestra del don Bosco, andavo in ospedale ogni lunedì e martedì a svolgere il servizio di cappellania. Un servizio ridotto a causa delle difficoltà che l’ospedale aveva di suo e per la mancanza di parenti che talvolta chiamano per il conforto religioso per qualche ammalato.

In rianimazione impressionava vedere tutti gli infermieri, le infermiere e i dottori chiudi dentro i loro “scafandri” e irriconoscibili. Ho pregato e mandato l’unzione degli infermi o la benedizione nella direzione di un malato, senza sapere ben dov’era, attraverso lo stanzino di isolamento a vetri.

Per non parlare dei defunti. Che impressione trovarsi, la prima volta che mi hanno chiamato, da solo con due bare spoglie con solo la targhetta del nome e invocare la benedizione del Signore! Nessun parente, nessun amico. Tutti in quarantena! E altre volte con 5/6 bare. Chiamato per uno ma, alla fine, davo una benedizione a tutti quei defunti in un silenzio assordante. Solo bare spoglie, talvolta grezze, con un nome. Ma dietro quella bara, lontano, qualcuno piangeva! Qualche volta gli addetti alle onoranze funebri di qualche ditta facevano la foto o il video per mandare ai parenti l’ultima benedizione. Ne uscivi con l’angoscia nel cuore.

Ora, forse, ci avviamo alla fine. Il cinema ha riaperto, la palestra anche e in ospedale si entra più liberamente e vedi qualche parente intorno a defunti e malati. C’è da augurarsi e pregare che tutto proceda per il meglio e tutto torni alla normalità.