Viva la musica di Paolo Conte

di Teresa Capello

 

L’intervista “Paolo Conte, quell’astigiano un po’così” pubblicata da Astigiani per la serie “Confesso che ho vissuto” a firma di Sergio Miravalle e Luigi Florio e il documentario “Paolo Conte. Via con me”, sceneggiato e diretto da Giorgio Verdelli, presentato al Festival di Venezia 2020, mi hanno indotto ad una ulteriore ricerca e rilettura dell’opera contiana che da sempre mi emoziona.

2 luglio 1996. Concerto di Paolo Conte in piazza per Asti Musica.
La foto “Ombra sulla Cattedrale“ è stata scattata da Giulio Morra

Il docufilm di Verdelli propone una lunga intervista al musicista e compositore, alternata a documenti d’archivio Rai, scene di concerti, testimonianze di amici come Roberto Benigni e Caterina Caselli e del fratello Giorgio, con il quale Paolo Conte (al tempo, vibrafonista) fondò il primo gruppo. L’intervista di Astigiani racconta bene l’humus culturale di quel periodo.

Nel film l’artista appare in una luce nitida. Primi piani intensi, il suo studio – con i pennelli e i colori, insieme ai libri – i luoghi che ama, le parole scandite con pastosa naturalezza. Numerosi sono gli scorci delle vie centrali della città seguendo il viaggio della mitica Topolino amaranto.

Facciamo però un passo indietro, al saggio Prima la musica (ad opera dell’astigiana Manuela Furnari, il Saggiatore, 2009), dove si legge: “Non si tratta ovviamente, avverte Paolo Conte, di «mitizzare la provincia». La provincia è dappertutto: «Come ho più volte specificato, già all’uscita dei miei primi album, tutta l’Italia è provincia. Certo, è opinione diffusa, e in questo senso io sono d’accordo, che la provincia sia un punto privilegiato da cui osservare una tipologia umana, per guardare la gente ‘in passerella’. Ma quello che più mi interessa non è la provincia in sé, è l’italiano del dopoguerra: quell’italiano che usciva dai disastri della guerra e scopriva il mondo rimane il protagonista delle mie canzoni. Ancora oggi cerco di trovare, sotto altre forme, le stesse tipologie d’allora. Soprattutto l’italiano del Nord, che si è raccontato ed è stato raccontato molto meno, e ha il vantaggio del segreto, di essere più enigmatico»”.

Ed è proprio così, c’è una magia silenziosa, tra queste nebbie.  Protagonista del film, però, non è solo l’artista e la sua musica, la provincia, lo è anche il teatro stesso. Scrive ancora Furnari: “C’è una canzone, “Teatro (Orazione d’onore per il Teatro Alfieri di Asti Chiuso da tempo)” dell’album Una faccia in prestito, 1995, dedicata, come indica il titolo stesso, al Teatro di Asti, rimasto inattivo per circa venticinque anni e soltanto di recente ristrutturato e riaperto (…); in “Teatro” c’è tutta l’astigianità, quel legame e modo di sentire profondo che Paolo Conte ha con Asti, la sua città, e il territorio circostante, quasi a dispetto di chi si ostina a intervistarlo soffermandosi solo sulla esteriorità del dato biografico”.

Ricordiamo la canzone “Dal loggione”, terzo album solista, Gelato al limon, del 1979, scritta dieci anni dopo il grande successo come compositore (annotiamo che Azzurro e Insieme a te non ci sto più sono del 1968). In un teatro comunale si consumano una mancata dichiarazione ed un’altra, pronunciata con passione, Viva la Musica!  Questa canzone, infatti, è una dichiarazione d’amore alla musica stessa, nella quale la voce del Maestro, si fa strumento: la filigrana del parapunzipunzipun smorza, con ironia, ogni retorica.

Nella canzone che dà il titolo all’album, “Gelato al limon” (interpretata, da par loro, nel tour dal duo Dalla-De Gregori), l’amore per una donna e quello per la musica paiono intrecciarsi. Suonerebbe proprio come una dichiarazione di poetica, ma è anche una canzone d’amore. In questa canzone, che le cronache raccontano sia stata ispirata dalla moglie Egle, una voce narrante e una donna sono “sprofondati in fondo a una città”, lui sembra in bilico tra lei e sé stesso, lei lo sta ascoltando suonare, ma pare indecisa se cedere o meno all’ambigua proposta di “libertà e perline colorate”.

Offrendole, con disincanto, “un ge-la-to-al-li-mon” – un dono lento, ripetuto più volte, del tutto trattenuto nella sillabazione sincopata e profonda – parole scandite nel ritornello, con parvenza minimale e quasi citazionale di habanera – è chiaro che l’uomo le sta donando il proprio amore, forse tutta la sua musica.

Va detto che in molte composizioni, se non in tutta la produzione di Paolo Conte, è presente un metadiscorso sulla musica stessa. Magari si avverte attraverso un semplice tocco di arrangiamento, magari è implicito nel ruolo che uno strumento viene ad avere, quasi fosse una vera e propria voce, e non solo, più esplicitamente, emerge dai testi stessi. In questo rimando intenzionale e continuo si può rintracciare la cifra architettonica di un’opera omnia come accade – meglio aggiungerlo – per la vera poesia musicale e per i grandissimi artisti.

Ricordiamo che nel 1991 Conte ricevette il Premio Librex-Eugenio Montale per la nuova sezione “Versi per musica” (“versi che l’autore scrive sempre dopo la musica e in funzione di essa”, D.Fournier, in Paolo Conte. Le parole, 1991).

Nel documentario di Verdelli, un ruolo centrale ha il fascino esercitato dai luoghi amati ed il desiderio di allontanarsi da questi: così come le riprese di una “Topolino amaranto” d’epoca si alternano alle luci dell’Olympia di Parigi ed altre celeberrime sale da concerto di tutto il globo.

Questa idea è dipinta, una volta per tutte, in “Genova per noi”, nel folgorante verso ‘con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così’ di chi, nell’Italia povera degli Anni Cinquanta, aveva potuto vedere il mare, e chi no.

Si può scorgere proprio in questa composizione uno sguardo alla provincia virata seppia che sta intorno ad ogni città, dove la solitudine talvolta è l’unica guida dei passi, finendo inevitabilmente a dialogare con dimensioni esotiche: un gioco ripreso, in parallelo, anche nei timbri e nelle sonorità.

Con uno strepitoso understatement (la definizione “l’eleganza dell’intelligenza” fu data, a proposito dell’artista, da Andrea Camilleri), Paolo Conte – pur raccontandosi, non temo di eccedere scrivendolo, idealmente al mondo tutto – rimanda alla nostra piccola cittadella che lo difende nel suo intimo cuore. Quando però lo ascolti pronunciare la frase “Asti è una città che non ha poeti”, si sa di che parla. Disegna, con una splendida pennellata, una città prudente, che non dà troppa confidenza ai propri artisti, forse un po’ sopita nella propria magnificenza medioevale.

Che è esattamente quella che ti può fare, d’altra parte, sognare l’azzurro dal rettangolo di un cortile, d’estate. Che può farti uscire a far quattro chiacchiere con gli amici al bar, come se fossi avvolto dal fumo del Mocambo. Che a volte ti fa pensare alle ballerine sciantose, come se, girando l’angolo di Piazza Cattedrale, ti si aprisse all’improvviso, timidamente libertino, il quartiere di Montmartre. Asti sa nascondere e proteggere, tra le sue vie, quella musica.

Paolo Conte a quella stessa musica avrebbe semplicemente, come sostiene, prestato la faccia (tema dell’album ‘Una faccia in prestito”, 1995). Quella musica porta via con sé, è lei a sbiadire lentamente la narrazione, le interviste, ad annebbiare le stesse parole che l’autore, incalzato dalle domande, va dicendo a proposito della propria opera. Ci si ritrova dentro un qualcosa che ci appartiene, ma non si sa definire, se non forzando le stesse parole di Conte, come dentro “una verde milonga inquieta”. I riferimenti musicali trascinano dentro un’ampia sinfonia, della quale i rimandi citazionali ai molti generi costituiscono la partitura. E alla quale cui si può aggiungere, a chiosa, uno sberleffo di kazoo, strumento umile, canto stridente. Dice Conte: “Il posto giusto per i miei concerti è il teatro, l’unico luogo autentico in cui si può vivere la sfida che consiste nel tentare di passare dalla scena alla platea, colmando tutta la distanza, fisica e non, che vi intercorre” (M. Furnari).  Che dire, quindi? Viva la musica, e speriamo che riaprano presto i teatri.